L’Andalusia, il Marocco, la Russia, Tahiti: quello di Henry Matisse fu un passaporto policromo, esattamente come la sua sincretica poetica che dei molti suoi viaggi abbevverò appieno. Perché instancabile fu la sua ricerca che si nutrì di oggetti provenienti dall’Africa con le sue sculture, di manufatti d’arte islamica o di japoneserie e insegnamenti cinesi. Il tutto in un condensato unico, dalla rielaborazione multisensoriale che aveva nel suo atelier, novecentesca fucina di un novello Efesto, il suo fulcro creativo.
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Una sfida per la tradizione occidentale
E la sua fu una vera sfida per la tradizione occidentale, che inevitabilmente con lui si confrontava sull’eperienza, con buona pace dell’imperante mimesis, dei consolidati canoni e della prospettiva.
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Otto sezioni
Divisa in otto sezioni la mostra, secondo le linee di un’accurata analisi filologica, riunisce circa 100 opere tra dipinti, lavori su carta, sculture e fotografie, provenienti dalle più blasonate istituzioni internazionali cui si affianca una variegata raccolta di manufatti, oggetti in grado di compenetrare la ricchissima trama di ispirazioni e riflessioni intessute da Matisse con artefatti provenienti dai luoghi in cui viaggiò e che furono, a vario titolo, determinanti nell’evoluzione della sua poetica. Immancabili le sezioni dedicate alle celebrate tavole di Jazz, edito da Tériade e quella dedicata alla Cappella del Rosario di Vence, in Costa Azzurra.
“Matisse colleziona nel corso di tutta la sua vita – ci dice la curatrice Chiara Gatti – raccoglie durante i suoi viaggi una serie innumerevole di oggetti o di tessuti, di tappeti o anche di utensili che diventano una fonte quotidiana di ispirazione. Guarda le decorazioni che ci sono all’interno di questi oggetti e li ripropone in una nuova versione e soprattutto ispirando il suo nuovo linguaggio. Un linguaggio fatto di arabeschi, di colori e di forme piatte, come le hanno insegnato i maestri cinesi e giapponesi”.
E aggiunge poi la curatrice: “nel caso del caftano turco presente in mostra, lo ripropone diverse volte addosso alle sue modelle. Spesso e volentieri questi oggetti si fondono in un’armonia all’interno dello stesso quadro, della stessa incisione, dello stesso disegno, in una sorta di cultura circolare e armonica, senza confini e senza barriere”.






