A Vienna l’Eurovision comincia molto prima della Wiener Stadthalle. Comincia sotto le guglie neogotiche del Rathaus, dove il municipio osserva una folla vestita di bandiere, paillettes e costumi appariscenti; attraversa la Ringstrasse, passa davanti ai caffè storici, lambisce i giardini in fiore del Volksgarten e arriva fino al Danubio. Per qualche giorno la città in cui Mozart visse e compose, dove Strauss trasformò il valzer in immaginario europeo, dove Freud fondò la psicoanalisi e dove la memoria asburgica resta incisa nelle architetture, accetta di farsi invadere da un’altra idea d’Europa: meno solenne, più colorata, pop e scanzonata. È questo, forse, l’effetto più interessante dell’Eurovision su Vienna: non soltanto l’arrivo di una mastodontica produzione televisiva, né la trasformazione temporanea di una città in fan zone. Piuttosto, un cortocircuito tra due forme di grandeur: da una parte quella architettonica, musicale e storica della capitale austriaca; dall’altra quella sentimentale e volutamente eccessiva dell’evento televisivo (non sportivo) più visto al mondo. Vienna porta in dote palazzi imperiali, teatri, caffè, giardini, sale da concerto. L’Eurovision risponde con maxischermi, karaoke, glitter, bandiere indossate come mantelli e fan che attraversano la città come una sfilata dove si può cantare, travestirsi e fare festa senza l’obbligo di prendersi troppo sul serio.
Il centro simbolico di questa sovrapposizione è Rathausplatz, la grande piazza davanti al Municipio, trasformata nell’Eurovision Village. Qui il concorso esce dalla televisione e smette di essere soltanto uno show costruito al millimetro: diventa una festa che si muove tra la piazza, le bandiere, i cori e i telefoni alzati davanti al palco. Il palco principale accoglie concerti, dj-set, proiezioni delle dirette, stand dove rimpinzarsi di Kaiserschmarrn e Wiener Schnitzel, karaoke e migliaia di persone.
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Rathaus
Sullo sfondo, la facciata del Rathaus: una scenografia in pietra grigia fatta di archi acuti e torri, imponente, severa, pensata per comunicare autorità civica. Ai suoi piedi, un carnevale europeo ordinatissimo, come solo Vienna poteva renderlo possibile. L’eccesso, ma con gli orari giusti.
A pochi passi c’è il Burgtheater, il grande teatro nazionale austriaco, che nella stagione del suo 250° anniversario osserva i festeggianti con la maestà leggermente snob dei luoghi abituati alla tragedia, alla parola alta, alla liturgia del palcoscenico. Poco più in là, il Café Landtmann, istituzione viennese dal 1873, partecipa al gioco degli Eurofan Café ospitando Regno Unito e San Marino: camerieri con il farfallino, tavolini eleganti, tradizione della Kaffeehauskultur e, nello stesso spazio, la leggerezza rumorosa del rito eurovisivo.
È una delle immagini più riuscite di questi giorni: Vienna non rinuncia alla propria forma, ma la presta a un racconto diverso. La città del valzer e della musica colta non viene cancellata dall’Eurovision, viene attraversata. Sul Danubio, che nell’immaginario europeo resta legato al valzer di Strauss, partono crociere musicali dove si balla al ritmo di brani storici e contemporanei del concorso. Sui mezzi pubblici, uno speciale tram ospita karaoke e jam session, mentre la metropolitana U2 diventa la “Song Contest Route”, collegando alcuni dei luoghi principali della settimana eurovisiva. Anche il trasporto urbano, miracolo viennese di efficienza e compostezza, finisce dentro la festa.







