Per chi soffre di depressione le ore
sembrano spesso non passare mai. È un fenomeno noto ai clinici
come “dilatazione temporale depressiva”, una sensazione
soggettiva di rallentamento del flusso del tempo. Tuttavia,
nonostante le testimonianze dei pazienti, la scienza ha faticato
finora a trovare prove univoche e meccanismi biologici certi.
Uno studio, dal titolo “Emotional blunting and time estimation
in depression”, pubblicato su “Biological psychiatry global open
Science” dal team di ricerca in bioingegneria dell’Università di
Pisa e in psicologia dell’Università di Padova ha correlato la
percezione soggettiva del tempo e degli stati d’animo a
meccanismi neurali legati alle dinamiche corporee, in
particolare all’attività cerebrale e cardiaca.
Condotta su 120 studenti universitari (60 partecipanti con
sintomi depressivi e 60 soggetti sani facenti parte del gruppo
di controllo), si spiega in una nota, la ricerca rivela come la
mente depressa elabori il tempo in modo radicalmente diverso. I
ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale dei
partecipanti tramite elettroencefalogramma (Eeg) ad alta densità
mentre venivano sottoposti a un compito specifico, chiedendo
loro di stimare la durata di un intervallo di tempo trascorso
dopo la visione di video dal contenuto emotivo neutro o triste,
e poi combinando elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma
(Ecg). Al termine del video compariva sullo schermo un segnale
visivo, dopo un certo lasso di tempo veniva chiesto alla persona
di stimare la durata intercorsa tra il segnale visivo e il
momento presente. I dati emersi segnano una linea di
demarcazione netta tra i soggetti sani e quelli con sintomi
depressivi. Nei soggetti sani le emozioni funzionano da
“modulatore”, mentre la visione di video tristi altera la
percezione del tempo come se si trovassero in un corto circuito
emotivo. In questi individui, è emersa una correlazione
significativa tra la percezione temporale e le onde beta del
cervello, segno che il processo è diventato più puramente
cognitivo o “meccanico”, perdendo quella flessibilità emotiva
tipica di chi sta bene e, quindi, che emozioni non influenzano
più la stima del tempo.
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