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Home Cronaca Italiana

Ex Ilva, partono 2.500 licenziamenti collettivi nelle imprese appalto-indotto

di Redazione Impresa mercati
04/09/2026
in Cronaca Italiana
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A proposito dello spegnimento dell’area a caldo del siderurgico per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano – decreto per il quale Ilva e Acciaierie d’Italia hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione, nonché avanzato un’istanza di sospensiva alla stessa Corte d’Appello -, Aigi sostiene che “questo epilogo non avviene nel contesto di un piano di riconversione già operativo, né con nuove fabbriche già edificate o con migliaia di lavoratori accompagnati verso nuove occupazioni, ma attraverso un mero conto alla rovescia di novanta giorni”.

“Desideriamo chiarire – dice Convertino – che non è nostra intenzione santificare l’Ilva, né dimenticare le ferite che questa industria ha inferto alla città, all’ambiente e alla popolazione negli anni passati. Conosciamo quella storia, ma appartiene, appunto, al passato. Oggi l’Ilva – si evidenzia nella lettera ai sindacati – non è più quella di dieci anni fa: è una fabbrica che ha beneficiato di milioni di euro di investimenti in impianti per l’abbattimento degli inquinanti. Noi imprenditori sappiamo cosa significhi licenziare”.

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Per l’ex Ilva le alternative non esistono ancora

“Ad oggi – dice ancora Convertino – le alternative non esistono ancora. Ci viene prospettato che Taranto ospiterà nuove industrie, che giungeranno investimenti e che nasceranno nuove attività. Ce lo auguriamo e siamo pronti a collaborare affinché ciò avvenga. Tuttavia, in quanto imprenditori, conosciamo la differenza che intercorre tra un investimento concreto e una dichiarazione d’intenti. Una manifestazione di interesse non costituisce una fabbrica, non è un capannone e non rappresenta un posto di lavoro. Lo diventerà, forse, tra almeno 7 o 10 anni, nell’ipotesi più ottimistica. Fino a quando non vi saranno progetti autorizzati, capitali stanziati, cantieri aperti, cronoprogrammi vincolanti e assunzioni programmate, tali alternative rimarranno semplici possibilità”.

Per Aigi, “lasciare morire un gigante industriale non equivale a farlo scomparire, e di questo devono essere consapevoli tutti coloro che invocano la formula della fabbrica ‘chiusa e basta’. Sussiste, infine, una non trascurabile e ancor più pericolosa minaccia: quella di aver indotto un’intera generazione di lavoratori a credere di poter proseguire fino al termine della propria carriera affidandosi esclusivamente agli ammortizzatori sociali, allo scivolo assistenziale del prepensionamento e ai benefici legati all’amianto. Si tratta di una mentalità assistenzialistica che tarpa le ali al futuro del territorio e che non possiamo minimamente assecondare”.

Intanto, sulle ripercussioni occupazionali che la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva (acciaierie e altiforni) può avere sulle imprese appaltatrici e dell’indotto, i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto un incontro “urgente” alle rappresentanze delle stesse imprese. La richiesta è stata inoltrata a Confindustria Taranto, Confapi Taranto e Aigi.

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