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Home Economia Italiana

Petrolio a 108 dollari, la guerra delle rotte minaccia l’offerta: cosa rischia l’Italia

di Redazione Impresa mercati
14/09/2026
in Economia Italiana
Petrolio a 108 dollari, la guerra delle rotte minaccia l’offerta: cosa rischia l’Italia
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Il petrolio torna a correre mentre la crisi del Golfo cambia natura. Il Brent è arrivato intorno a 108 dollari al barile, con un rialzo superiore al 3%, mentre il Wti statunitense ha superato quota 103 dollari. A spingere i prezzi non è soltanto il timore che venga estratto meno greggio: il problema è riuscire a trasportarlo verso i mercati internazionali.

Gli attacchi contro l’oleodotto saudita East-West, il traffico ridotto nello Stretto di Hormuz e l’avanzata degli Houthi nell’area di Bab el-Mandeb stanno, infatti, mettendo sotto pressione le principali vie di uscita dell’energia dal Medio Oriente.

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Per l’Italia il rischio non si limita a un nuovo aumento di benzina e gasolio. Un petrolio stabilmente sopra 100 dollari può alimentare l’inflazione, comprimere i margini delle imprese e rendere più difficile la discesa dei tassi di interesse.

Perché il petrolio è salito a 108 dollari

La nuova accelerazione è arrivata dopo la chiusura temporanea dell’oleodotto East-West dell’Arabia Saudita, colpito da attacchi con droni. L’infrastruttura attraversa il Paese da est a ovest e permette di trasferire il greggio dai giacimenti affacciati sul Golfo Persico al porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Non si tratta di un oleodotto qualunque. La sua funzione strategica è consentire all’Arabia Saudita di aggirare lo Stretto di Hormuz, il passaggio più delicato dell’intero mercato petrolifero mondiale. Attraverso la condotta possono essere trasportati circa 4 milioni di barili al giorno, una quantità vicina al 4% della domanda globale.


Le scorte già presenti a Yanbu potrebbero sostenere le esportazioni per circa cinque-sette giorni. Se la condotta non tornasse operativa rapidamente, però, la disponibilità di greggio saudita sui mercati internazionali potrebbe ridursi.

Le tre rotte da cui dipende il prezzo dell’energia

La crisi coinvolge contemporaneamente tre punti strategici:

Punto critico Perché è importante Rischio per il mercato
Stretto di Hormuz Vi transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre un quinto del Gnl Meno navi, ritardi e aumento dei premi assicurativi
Oleodotto East-West Porta il greggio saudita a Yanbu, evitando Hormuz La chiusura riduce la principale via alternativa
Bab el-Mandeb Collega Mar Rosso, Canale di Suez e Oceano Indiano Le navi possono essere costrette a circumnavigare l’Africa

Lo Stretto di Hormuz resta il nodo principale. Secondo i dati della US Energy Information Administration sul più importante passaggio petrolifero mondiale, nel 2024 vi transitavano circa 20 milioni di barili al giorno, equivalenti a un quinto del consumo globale di prodotti petroliferi.

Nel fine settimana i passaggi delle navi sono rimasti molto inferiori ai livelli precedenti alla guerra. Un’ulteriore nave è stata colpita nell’area e l’equipaggio è stato evacuato, alimentando i timori delle compagnie di navigazione.

A ovest, intanto, il controllo dell’isola di Perim da parte degli Houthi aumenta il rischio nello Stretto di Bab el-Mandeb. Evitarlo significa spesso deviare intorno al Capo di Buona Speranza, aggiungendo giorni di navigazione, carburante e costi.

Il prezzo nascosto: noli e assicurazioni

Il punto meno evidente è che due barili della stessa qualità possono avere prezzi molto diversi a seconda del luogo in cui si trovano.

Il petrolio disponibile fuori dalle aree più pericolose viene pagato di più perché può raggiungere più facilmente le raffinerie. Il greggio bloccato nel Golfo può, invece, essere venduto con forti sconti, nonostante l’aumento del Brent.

È il “premio geografico” della crisi. I costi delle petroliere hanno raggiunto livelli record su alcune rotte, mentre assicurare una nave che attraversa un’area di conflitto è diventato più caro. Queste spese entrano nel prezzo finale dell’energia anche se la produzione mondiale non diminuisce nella stessa misura.

Per questo il Brent a 108 dollari racconta soltanto una parte della storia: raffinatori e importatori possono sostenere costi effettivi ancora maggiori per ricevere il prodotto nel porto e nei tempi richiesti.

Cosa rischiano famiglie e imprese italiane

L’Italia importa gran parte delle materie prime energetiche che consuma. Un aumento prolungato del petrolio produce, quindi, una catena di conseguenze:

Punto critico Perché è importante Rischio per l’Italia
Carburanti Il rincaro del greggio può trasferirsi sui prezzi di benzina e soprattutto gasolio Maggiore spesa per famiglie, automobilisti e autotrasporto
Trasporti e logistica Navi e mezzi pesanti sostengono costi più elevati per carburante, noli e assicurazioni Aumento dei costi per distribuire merci, materie prime e prodotti
Inflazione L’energia entra direttamente o indirettamente nel prezzo di numerosi beni e servizi Possibili rincari per consumatori e imprese
Tassi di interesse Una nuova pressione inflazionistica può rendere più prudenti BCE e Fed Mutui e finanziamenti aziendali potrebbero restare più cari più a lungo
Conti pubblici Il Governo potrebbe intervenire con misure su accise o sostegni alle categorie più esposte Minori entrate o maggiori spese per proteggere famiglie e imprese

Per conoscere l’impatto già visibile sui distributori si possono consultare i prezzi medi di benzina e diesel aggiornati da QuiFinanza.

Perché il petrolio può frenare il taglio dei tassi

Uno shock energetico non produce necessariamente inflazione permanente. Tuttavia, se dura abbastanza, può entrare nei costi di produzione e nei prezzi finali, costringendo le banche centrali a maggiore prudenza.

Nelle sue proiezioni economiche di settembre, la Banca centrale europea ha analizzato anche scenari caratterizzati da tensioni energetiche e finanziarie. Nello scenario più grave, lo shock potrebbe aggiungere quasi 2,7 punti all’inflazione mondiale nel 2027 e sottrarre circa un punto alla crescita globale.

Per famiglie e imprese significa che il petrolio può incidere indirettamente anche su mutui e prestiti. Se l’inflazione resta elevata, BCE e Federal Reserve hanno meno spazio per ridurre il tasso di interesse.

I tre scenari per le prossime settimane

Se l’oleodotto saudita ripartisse entro pochi giorni e il traffico marittimo migliorasse, una parte del premio geopolitico potrebbe rientrare rapidamente. Il petrolio, però, difficilmente tornerebbe subito ai livelli precedenti alla crisi.

Con riparazioni lente e passaggi navali ancora ridotti, il Brent potrebbe restare sopra 100 dollari, trasferendo progressivamente la pressione a carburanti, trasporti e inflazione.

Lo scenario più pericoloso sarebbe un’ulteriore escalation capace di colpire contemporaneamente Hormuz, Bab el-Mandeb e le infrastrutture alternative.

I segnali da seguire sono, quindi, quattro: la riapertura dell’oleodotto East-West, il numero di navi che attraversano Hormuz, l’andamento dei noli e la reazione delle banche centrali. Saranno questi elementi, più delle dichiarazioni politiche, a stabilire se i 108 dollari rappresentano un picco temporaneo oppure l’inizio di una nuova fase dell’emergenza energetica.

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