Tra l’incanto e il grandioso c’è Sylvain Tesson, viaggiatore e poeta degli spazi sterminati in cui ritrovarsi. Ne ha raccontati in Sentieri neri (Sellerio), con l’attraversamento della Francia per guarire dalla malattia, o in Bianco (Sellerio), bagno di silenzi e miraggi. Ora, va a caccia di fate lungo l’arco blu che unisce la Galizia spagnola alle isole Shetland scozzesi. Un viaggio in barca a vela con due compagni, Humann e Benoît, diventa la trasfigurazione di mare, nubi, miti e fate: «la fata è una qualità del reale rivelata da una disposizione dello sguardo. È un modo di percepire il mondo e di scorgervi il miracolo. Il riflesso del sole sul mare, il fruscio del vento tra le foglie di un faggio, il sangue sulla neve, la rugiada che imperla la pelliccia di un animale: lì ci sono le fate» e Tesson ce le svela nel volume In barca a vela con le fate, pagine che cantano con cormorani, sule e procellarie ma soprattutto con una scrittura toccata dalla grazia.
Chiedilo al Sole
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L’autore si mette in viaggio assecondando un passo dalle Lettres à une jeune fille di Joë Bousquet: «Fate vostra questa certezza: tutto ciò che esiste, tutto, è come un canto sopito e aspetta solo uno sguardo puro per rianimarsi» e va a caccia, ora dopo ora, del meraviglioso che dorme: ecco, questo libro insegna a riconoscere che anche le macerie sanguinano schiuma e luce, che il canto dei gabbiani è l’eterno del mare. Basta saper guardare e farsi avvolgere da una meraviglia un po’ bambina. Si parte dalla Spagna, il mare non si stanca mai e i tre amici sanno che ogni «promontorio custodisce tre tesori: la promessa, la memoria, la presenza. Siamo su un capo dell’Ovest impazienti di vedere cosa spunterà (la promessa), felici di quello che ci portiamo dietro (la memoria) e accampati sulla falesia (la presenza)». Davanti, le onde come pieghe di seta e come pulviscolo eterno, alla Lucrezio. Ma i riferimenti di Tesson sono tanti: Omero, naturalmente, Hugo, Nietzsche, Apollinaire, Keats, Shelley e Byron, anche per scoprire dove nasce e cosa resta oggi dello spirito celtico.
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Per la traversata del Golfo di Biscaglia servono tre giorni e «la fata si manifesta nel momento in cui la perfezione delle cose ci consente di non fare più neanche un gesto». Solo contemplare. Magari anche dalla terra ferma perché Tesson al mare affianca passeggiate esplorative e meditative: «l’entroterra è la verità di una nazione senza la magia del sogno. Se vuoi restare nello sfavillio, devi camminare sul filo». La Bretagna, dove la dolcezza celtica ha accolto l’amore cristiano, è puntinata di cappelle e menhir: «quel paesaggio era perfetto perché intatto. La perfezione è l’inamovibile» ed «è meraviglioso ciò che basta da sé, diventa soprannaturale ciò che non è bastato».
Poi, è tempo di Inghilterra, dove «il paesaggio è un sogno celtico visto dai romantici: un’immagine sospesa tra le ginestre, leggermente kitch, e sostenuta dai basalti colonnari», e dove l’autore scopre la National Coastwatch Institution, nata nel 1994 per sopperire ai tagli alla Marina imposti da Margaret Thatcher e sostenuta da volontari il cui obiettivo è scrutare il vuoto, vegliare sul cielo, assicurarsi che non succeda niente, prendere nota di tutto e soprattutto trarne gioia. Di falesia in falesia, ritornano le parole di Goffredo di Monmouth, una specie di Virgilio atlantico, che nella Historia Regum Britanniae inventa un’epopea con la nascita illegittima di re Artù, il sovrano Uter Pendragon suo padre, il mago Merlino, la spada Excalibur. Poi, viene Chrétien de Troyes, che riversa in questa storia il mistero del Graal, la fede cattolica e l’ordine della Tavola Rotonda.
Tesson cuce storia e storie, mito e baluginii, resta affascinato dagli allineamenti di Stonehenge, megaliti che hanno ispirato le leggende dei giganti celtici, fatto da base al rinnovamento bretone e popolato le poesie del XIX secolo. La barca rolla, il sole scherza con le nubi, il Galles con la sua sfilata di castelli è bellezza pura. E ancora miglia marine: «Non dimenticare di guardare, mi aveva detto la Bretagna. Non dimenticare di vivere, mi aveva detto il Galles. Non dimenticare di amare, mi aveva detto il mare. Cosa avrebbe detto l’Irlanda?», con i suoi castelli, i suoi fiordi, i campi chiusi del bocage, e ciò che separa, protegge sempre. Dalla spiaggia della Penisola di Dingle, il monaco San Brandano salpò nel VI secolo su una barchetta di vimini con una copertura di pelle inseguendo il sole, attraversò l’Atlantico, per cercare il paradiso terrestre perché «il sogno è la nostra legittimità».




