In occasione del centenario della sua nascita, le Gallerie d’Italia di Milano raccontano il pregevole viaggio artistico di Arnaldo Pomodoro, raccogliendo le più famose opere dello scultore in una mostra che si dipana tra minimalismo e arcaico. Il percorso espositivo inizia dal Salone Scala con una grande pedana popolata di sculture in fiberglass bianco, un materiale che, grazie alla sua impalpabile leggerezza, ben si presta al dialogo con l’ambiente saturo di elementi decorativi.
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Pomodoro ammira Brancusi, che unisce esperienze del passato alla modernità, e le metafisiche e intime Attese di Fontana: un preludio al suo stile metaforico inconfondibile. Nelle sei sale affacciate sul Salone centrale, la mostra ripercorre i momenti salienti del percorso artistico di Pomodoro: dagli esordi milanesi degli anni Cinquanta, con una selezione di bassorilievi dai materiali tellurici o alchemici come argento, piombo, stagno, rame, ottone, ferro e bronzo. L’artista si ispira all’astrattismo lirico di Paul Klee e li lavora con sapienza attraverso saldature, colature, graffi, fori e incisioni. Dagli spunti offerti dalla natura, si passa al tuttotondo dei solidi euclidei – cilindro, cubo e sfera – dalla prima metà degli anni Sessanta: ne è un chiaro esempio La Ruota (1961), nata dalla visione dell’artista di un calendario azteco durante un suo viaggio in Messico. Lacerazioni che si aprono come ferite sapientemente nascoste, rilievi che si manifestano come scrigni antichi, aprendo spazi nella materia invece di occuparli. Pomodoro, partendo da pezzi di sequoia mangiata, racconta con le sue sculture le più complesse e ardite sfumature dell’animo umano, regalando al visitatore un intimo spiraglio esistenzialista: “Rubo in continuazione dalla natura, mi si offrono spunti incredibili. Una sfera, una colonna vengono trafitte, corrose come da una termite, ma questa termite sono io […] io ho creato questi anfratti”. Realizzando solidi perfetti, dotati di una superficie levigata e riflettente, simboli di un assoluto, l’artista si diverte a squarciarli e corroderli, come per svelarne le frammentazioni interne: ingranaggi misteriosi e viventi. Il cilindro è infatti più propriamente una ruota, strumento di progresso tecnico-scientifico; la colonna, elemento classico simbolo di potere; il cubo di ordine e stabilità; la sfera a ricordo del ventre materno e della terra in una dimensione magica e cosmica.
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“La sfera ha più successo perché rappresenta il mondo: un mondo che prolifica”. Come nelle opere di Jeff Koons, la superficie specchiante mette il visitatore in contatto con la propria immagine riflessa e tutto ciò che sta intorno, in un dialogo continuo. Meraviglia degli opposti, in mostra è presente un gruppo di opere a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, Il Rotante e la Forma X: due sculture complementari, in un rapporto vitale di contrapposizione tra pieno e vuoto. Notevoli i Papiri creati tra gli anni Ottanta e Novanta, frutto delle suggestioni del suo viaggio in Egitto: il foglio si dilata e si curva, protendendosi nello spazio, raccontando l’inestimabile esigenza della memoria. Degno di nota è il Continuum (2010), una superficie ricoperta di grafie, una sorta di tracciato infinito “alla Matrix” della scrittura di Pomodoro, insieme alle tre Colonne, massicce e imponenti come totem, versioni postmoderne di cippi funerari e obelischi egizi. In un contrasto tra la levigatezza perfetta della forma e la complessità nascosta dell’interno, conclude l’esposizione il Disco in forma di rosa del deserto n. 1 (1993-1994) nel Chiostro ottagonale, metafora del faticoso ma inarrestabile principio di germinazione del mondo minerale. “La parte che è più ‘leggera’ è quella riflessa, ma ti resta in mano l’erosione che puoi leggere. E ti rende inquieto”.
“Arnaldo Pomodoro. Una vita”, Gallerie d’Italia (Milano), fino al 18 ottobre






