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Il punto di vista di Marco Follini di domenica 30 agosto

di Redazione Impresa mercati
30/08/2026
in Politica
Il punto di vista di Marco Follini di domenica 30 agosto
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A voler guardare le cose da lontano, senza troppa passione, e con pochissime certezze a disposizione, arrivati quasi a ridosso delle elezioni, se ne ricavano alcune strane sensazioni. E cioè che al punto in cui siamo la destra quasi non “possa” vincere e la sinistra quasi non “voglia” vincere. Sensazioni, appunto. Che gli elettori in un modo o nell’altro finiranno magari per smentire. Ma che nel frattempo ci raccontano le due grandi impasse in cui si trovano i due principali schieramenti che si fronteggiano in vista dello showdown di fine legislatura. La difficoltà della destra sta nel suo logoramento. Al festeggiamento in cantiere per l’ormai prossimo record di longevità fa da contrappunto infatti il deterioramento del rapporto tra alleati, mai così diffidenti l’uno dell’altro e mai solcati al proprio stesso interno da crepe tanto profonde. Così, la sconfitta al referendum sulla giustizia si è trasformata cammin facendo in una crisi di fiducia in se stessi. E la sfida di Vannacci dall’estrema destra ha finito per aggiungere un carico piuttosto oneroso alla situazione dell’esercito governativo. La difficoltà della sinistra sta invece nella sua improvvisazione, nello sperimentalismo delle sue formule, nell’incognita della sua leadership. E forse ancor più nel non avere nessuna idea (o forse invece troppe idee in contrasto

tra loro) su come questo grosso nodo possa essere sciolto senza far troppi danni. Laddove convocare le primarie significa aprire un conflitto tra i leader. E non convocarle significa trovarsi in conflitto con se stessi e con uno dei propri miti fondativi. Cosicché si produce un corto circuito, anzi due. Da un lato infatti la maggioranza meloniana vede offuscarsi la retorica un po’ baldanzosa che ne aveva accompagnato i primi mesi. E dall’altro il campo largo vede complicarsi quel percorso in discesa che aveva immaginato all’indomani dell’esito del referendum sulla giustizia. Naturalmente la propaganda continua a fare il suo mestiere, da una parte e dall’altra. Ma il clangore delle sue trombe appare sempre meno convincente. Senza peraltro che vi sia nessuno, al centro o sulle estreme, che possa davvero riempire il vuoto che i due contendenti principali hanno finito per scavare ai propri danni. Ora, può essere che tutte queste nuvole che incombono sul nostro bipolarismo prima o poi lascino spazio a una sfida minimamente più convincente. E infatti, da qui a lì, ci sarà ancora da fare i conti con le nuove regole elettorali. Se ci saranno e quali saranno. Ma per l’appunto anche su quelle regole incombe tuttora una fitta coltre -un’altra- di nuvole ancor più minacciose. Tanto che alla fine la legge potrebbe perfino non essere approvata, una volta che si dovessero mettere all’opera i franchi tiratori nell’ultimo passaggio a Montecitorio (laddove è previsto il voto segreto). Sono i sintomi di una vera e propria crisi di sistema. Quella che finisce prima o poi per inghiottire tutti quanti. Laddove ognuno di loro perde punti e (quasi) nessun altro ne guadagna. Il fatto è che il bipolarismo, per funzionare al meglio, avrebbe bisogno che tra i due contendenti principali ci fosse un clima diverso. Non lo stillicidio delle polemiche. Non la demonizzazione reciproca. E neppure, s’intende, la vecchia complicità consociativa. Ma almeno quel minimo comune denominatore che regola i conflitti, ne attenua certe asprezze, e infine riconduce gli uni e gli altri nell’alveo di una visione comune di cosa sia e di come funzioni una democrazia liberale. Non è questione di buone maniere – la cui evocazione appare quasi sempre un po’ stucchevole. E’ questione di buone regole e buone consuetudini, semmai. Solo il giorno in cui i due principali schieramenti si troveranno a condividere insieme qualche responsabilità comune, allora e solo allora questa loro disputa avrà un senso e condurrà da qualche parte. Nel frattempo le due grandi armate continuano ad affrontarsi con un furore direttamente proporzionale al dubbio che ognuna delle due coltiva a proposito di se stessa.

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