Un appello rivolto al presidente della Repubblica “di considerare l’esercizio del potere di rinvio motivato alle Camere” per il decreto del governo sulla scuola. E ai parlamentari “di non convertire norme che distinguono gli alunni in base alla cittadinanza e al loro percorso precedente”. Lo hanno formulato le mamme e i papà dei bambini che frequentano l’istituto comprensivo Daniele Manin, a Roma, che comprende la scuola dell’infanzia e primaria Di Donato, nota per il suo impegno volto a favorire il dialogo tra culture diverse.
Nella lunga lettera i genitori paragonano il provvedimento del governo a “una versione contemporanea della logica delle leggi razziali: l’autorità pubblica traccia una linea tra persone, attribuisce loro un’appartenenza e fa discendere da quella classificazione un diverso trattamento”, si legge. “Nella nostra scuola i bambini e le bambine non sono quote da distribuire – prosegue la lettera -. Il Governo sostiene che la norma riguardi la lingua. Ma il decreto non misura la conoscenza dell’italiano: conta i passaporti. Un bambino con cittadinanza straniera nato a Roma, che parla italiano da sempre, rientra nel tetto se non ha frequentato due anni di scuola dell’infanzia, che non è obbligatoria; un bambino con cittadinanza italiana che non parla italiano, invece, no”, si legge nell’appello.
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