Tutto esaurito al Fifdh (Festival du film et forum international sur les droits humains) di Ginevra per l’anteprima mondiale di Le cas Meloni, il Caso Meloni, di Anna Bonalume e Jeremy Frey, un documentario francese che analizza l’ascesa alla presidenza del Consiglio italiano della rappresentante di un partito che ha origine nei movimenti neofascisti, per la prima volta dal dopoguerra. Un film che sarà presto diffuso dalla televisione pubblica francese, mentre sul canale francotedesco Arte è disponibile proprio in questi giorni un altro documentario dedicato alla presidentessa del Consiglio: Giorgia Meloni et le clan des Goélands, di Barbara Conforti.
Il tema interessa molto la Francia – dove un’altra donna, Marine Le Pen, alla guida di un partito di estrema destra, il Rassemblement National (successore del Front National), è arrivata due volte al secondo turno delle presidenziali (tre volte se si aggiunge quella del padre, Jean Marie, nel 2002) – e anche il pubblico ginevrino, a giudicare dalla grande sala gremita che ha assistito anche al dibattito che ha seguito il documentario, in cui si discuteva della progressiva accettazione, della normalizzazione, delle logiche e dei discorsi neofascisti in Europa, dove l’indipendenza della giustizia e dei media, oltre che la libertà di manifestazione, sono sempre più minacciati.
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Anna Bonalume, giornalista e docente universitaria di filosofia, ha deciso di tornare nel Paese in cui è nata per ripercorrere la storia, e soprattutto la narrazione, del “fenomeno Meloni” e per sottolinearne l’ambiguità. Non parte perciò dalla Garbatella, quartiere popolare romano di cui Meloni ama dichiararsi originaria – anche il sito ufficiale della leader riporta che è nata alla Garbatella -, ma dal quartiere dove effettivamente è nata, un quartiere medio-borghese del Nord di Roma, come medio-borghese era la sua famiglia, legata al mondo dello spettacolo.
Aiutandosi con filmati d’epoca in cui la futura premier dichiarava che Mussolini era stato un bravo politico, e per mezzo di alcuni esperti, come lo storico e sociologo Marc Lazar o i giornalisti Luciana Castellina, Myrta Merlino e Giovanni Zagni, il documentario ne ricostruisce la militanza nei movimenti neofascisti e la rapidissima ascesa che l’hanno portata, 10 anni dopo aver co-fondato Fratelli d’Italia, al vertice della politica italiana.
Descrivendola come un «Giano bifronte», Bonaluce e Frey mettono in luce la capacità della premier di tenere un doppio discorso, di mutarlo all’occorrenza, oppure di agire in modo contrario a quel che pubblicamente ha affermato. Per esempio sull’Europa: da sempre euroscettica, di fronte agli alleati internazionali ha sostenuto l’Ucraina, la Nato e non ha, almeno in apparenza e fin quando il film è stato girato, lo scorso anno, indebolito la Ue. Quell’Ue da cui l’Italia, in seguito alle negoziazioni del Governo precedente, ha ricevuto 200 miliardi di euro, somma che sarebbe all’origine della stabilità economica di cui l’attuale Governo fa sfoggio, fa notare Zagni. O il discorso sulle donne: da un lato ha saputo fare tesoro del suo essere donna, degli sforzi e delle conquiste dei movimenti femministi, e dall’altro, come prima cosa ha fatto sapere che voleva essere chiamata «il presidente del Consiglio», come fosse un uomo, e ha preso decisioni che – sottolinea Castellina – erodono progressivamente i diritti delle donne, per esempio aprendo le porte dei consultori alle associazioni “Pro Life”, mossa ambigua per qualcuno che aveva promesso che non avrebbe toccato la legge sull’aborto, così come quando «da un divano di una trasmissione della tv pubblica – sottolinea sempre Castellina – ha parlato di “Olocausto” a proposito di sei milioni di feti abortiti».






