In questo contesto, l’Fmi difende il principale strumento dell’Unione Europea per raggiungere questi obiettivi, e cioè il sistema per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica, finito sotto accusa da parte di Governi come l’Italia e dei settori industriali energivori. L’Ets, si legge nel rapporto, contribuisce «a mantenere chiari segnali di prezzo e a sostenere le decisioni di investimento a lungo termine».
La malattia della crescita bassa
Il Fondo monetario avvisa che «con un potenziale di crescita a medio termine pari a circa l’1,1%, anche shock di entità modesta rischiano di far precipitare l’Eurozona in recessione». Una fragilità che resterà intatta, anche quando la fiammata dei prezzi dell’energia sarà rientrata.
La diagnosi è nota da tempo: alla base del problema, c’è una produttività debole, che riflette una mancanza di scala e di innovazione. Il mercato unico ancora incompleto e le barriere nazionali impediscono alle imprese di raggiungere una dimensione efficiente, accedere a finanziamenti adeguati, raggiungere un mercato più ampio. La conseguenza è un ridotto incentivo a investire.
Nonostante l’abbondanza di personale altamente qualificato, afferma l’Fmi, l’innovazione rimane quindi «incrementale e concentrata nei settori tradizionali, a bassa crescita», piuttosto che in quelli all’avanguardia.
E l’avvento dell’intelligenza artificiale sta già allargando il gap con gli Stati Uniti. Studi del Fondo mostrano che lo sviluppo e l’utilizzo del capitale immateriale, comprese le prime forme di IA, hanno contribuito alla crescita della produttività del lavoro Usa in misura più che doppia rispetto all’Unione Europea nel periodo 2015–24.




