Il Governo esclude l’ipotesi di una manovra correttiva e si concentra per contenere il caro energia, anche attraverso il dialogo con l’Unione europea.
La linea è stata ribadita da Palazzo Chigi e del Ministero dell’Economia, dopo le dichiarazioni del vicepremier Tajani che avevano aperto alla possibilità di un nuovo intervento sui conti pubblici. Invece non ci sarà alcun correttivo.
Il piano del Governo sull’energia
L’obiettivo per la premier Meloni resta quello di sostenere famiglie e imprese colpite dall’aumento dei costi energetici, senza modificare l’impianto dei saldi di finanza pubblica.
Il Governo lavora per presentare una proposta in Ue per estendere l’uso delle clausole di flessibilità anche alle spese legate all’energia. Tali clausole sono già previste per le situazioni eccezionali, soprattutto per quanto riguarda le spese per la difesa. Meloni punta ora a includere anche gli interventi contro il caro energia.
L’attenzione è rivolta ai 14,5 miliardi di fondi comunitari Safe, inizialmente pensati per la difesa. Il piano dell’Italia punta a dividere tra energia e difesa quell’1,5% di Pil di spesa consentita da Bruxelles, una cifra che corrisponde a circa 32-34 miliardi di euro distribuiti in quattro anni.
Se lo scenario internazionale dovesse stabilizzarsi, all’Italia basterebbe ottenerne una decina per mitigare l’impatto economico della crisi.
Solo alla fine del confronto con l’Ue si valuterà se attivare la clausola di salvaguardia nazionale per incrementare le spese interne.
La premier Meloni ha confermato il rispetto degli impegni presi in sede internazionale, che prevedono il raggiungimento della spesa per la difesa al 5% del Pil entro il 2035. Ma al tempo stesso ha sottolineato la necessità di prendere atto che il contesto globale è cambiato rispetto a quando l’accordo è stato sottoscritto. L’accordo è infatti precedente alla guerra Israele/Usa e Iran e alla crisi dello Stretto di Hormuz, dal quale passa un quinto del petrolio mondiale, oltre a gas e altre risorse strategiche. Da qui il tentativo di trattare in sede europea.
Taglio delle accise in scadenza
Sullo sfondo c’è la questione del taglio delle accise sui carburanti, che scade il 22 maggio. La misura, più volte prorogata, è in vigore dal 19 marzo ed è stata rimodulata per abbattere maggiormente il prezzo del diesel. Visto il suo costo superiore al miliardo, e solo in parte mitigato dall’extragettito Iva, non è detto che il Governo possa replicarla ancora a lungo.
E a impensierire il Governo ci sono anche le agitazioni annunciate dagli autotrasportatori, pesantemente colpiti dal caro gasolio. I sindacati di categoria hanno proclamato uno sciopero dal 25 al 29 maggio. E il Governo ha convocato un tavolo per il 22 maggio nel tentativo di trovare una mediazione ed evitare il blocco del trasporto su gomma.
Il nodo del debito pubblico
A complicare il quadro c’è la situazione del debito pubblico: i dati diffusi da Bankitalia certificano che a marzo il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 19,5 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 3.158,8 miliardi. Una situazione che rende difficile il reperimento di risorse interne.
Ritorno al nucleare
Guardando al lungo periodo, Meloni punta inoltre al ritorno del nucleare in Italia: una legge delega è attesa entro l’estate.








