Gli errori del genetista nei rilievi del dna, i sospetti sull’ex procuratore Venditti, le accuse al capitano Cassese che interrogò Sempio e la fuoriuscita illegali degli atti. Dopo gli ultimi sviluppi nella nuova inchiesta sul caso Garlasco, finiscono sotto i riflettori una serie di protagonisti che negli anni scorsi hanno tralasciato piste che oggi invece, per la Procura di Pavia, porterebbero alla verità sul delitto.
A confermare questa tesi è il verbale dell’interrogatorio di Andrea Sempio dello scorso 6 maggio, in cui si citano “evidenti omissioni” commesse secondo gli inquirenti negli atti della Procura di Pavia nell’indagine precedente a carico di Sempio del 2017. Mancanze che in alcuni casi si sono tradotte in inchieste parallele, come quella incardinata a Brescia, con al centro la presunta corruzione in atti giudiziari per la gestione della precedente indagine, contestata all’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti: l’indagine ‘bis’ è scattata quando un anno fa nell’agenda di Giuseppe Sempio (padre di Andrea) fu trovato l’appunto con la frase: ‘Venditti gip archivia x 20, 30 Euro’.
Oggi per gli inquirenti di Pavia questo è “un dato di assoluto rilievo” rappresentato “dalla circostanza che i familiari dell’indagato si siano immediatamente attivati, raccogliendo una notevole somma di denaro” per l’archiviazione del procedimento nei confronti del figlio.
Ad essere indagato, con altre accuse, è anche il colonnello Gennaro Cassese, che all’epoca del delitto coordinò gran parte degli interrogatori. Per lui l’ipotesi avanzata dalla Procura di Pavia è di false dichiarazioni al pm, in quanto i verbali di quegli interrogatori presenterebbero una serie di anomalie. Come la discordanza degli orari dell’escussione Sempio, il 4 ottobre del 2018.
Fu proprio quest’ultimo ad avere uno svenimento durante l’interrogatorio tanto da essere soccorso dal 118, ma nel rapporto non ci sarebbe traccia di nulla. In quella circostanza Sempio consegnò lo scontrino del parcheggio di Vigevano, che all’epoca servì a fornirgli un alibi. Ma – sostiene oggi chi indaga – quella “serie di elementi nel minimo avrebbe dovuto richiedere un approfondimento ulteriore come ad esempio un’attenta analisi dei tabulati telefonici”.
Nei confronti di Francesco De Stefano, genetista che firmò la perizia del 2014 sul dna estratto dalle unghie di Chiara, nella recente informativa ci sono pesanti critiche in quanto le sue dichiarazioni rese in udienza nel 2014 “sono un misto di imprecisione, inesattezze e falsità”. Tra le altre cose il genetista sostenne di non aver mai proceduto ad un confronto dettagliato tra il dna di Stasi e i risultati ottenuti dal lavaggio dei reperti.
Gli investigatori hanno posto l’accento anche sulla “genesi della fuoriuscita illegale di atti”, come quelli finiti nella disponibilità della difesa di Sempio e riguardanti la documentazione poi arrivata, il 13 gennaio 2017, al generale Luciano Garofano, consulente della difesa nella prima indagine poi archiviata. Uno degli eventi sospetti riguarda la presenza anomala negli uffici della Procura il 23 dicembre 2016 (il giorno seguente l’iscrizione di Sempio nel registro degli indagati) di un carabiniere del nucleo informativo del comando provinciale di Pavia, il luogotenente Maurizio Pappalardo.
In quei giorni l’uomo non risultava ufficialmente in servizio e invece avrebbe avuto accesso al fascicolo. “Nessuna motivazione sul perché, tantomeno sulle motivazioni che gli avessero consentito di avere accesso ad atti riservati – si legge nell’informativa – . (…) Non si può escludere dal novero dei soggetti che – in maniera del tutto illecita – possano aver messo nelle condizioni Andrea Sempio di entrare in possesso delle carte”.
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