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Home Cultura

Berengo Gardin immortala il silenzio di Giorgio Morandi

di Redazione Impresa mercati
02/03/2026
in Cultura
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Nelle viscere di Milano c’è un silenzio da altissima montagna, palpabile e materico. Piazza della Scala, Gallerie d’Italia: nel caveau di quella che fu la Banca Commerciale Italiana il silenzio è sovrumano ed esalta le 26 fotografie che Gianni Berengo Gardin realizzò nello studio bolognese di Giorgio Morandi nel 1993, prima che quell’antro creativo fosse smantellato e ricostruito all’interno del Museo Morandi a Palazzo d’Accursio, a Bologna. Tutto è immobile, come il silenzio, come la perfezione del bianconero che rientra nel progetto Metafisica/Metafisiche, a cura di Vincenzo Trione, in corso anche a Palazzo Reale, Palazzo Citterio e al Museo del Novecento.

Dalla zona del guardaroba, si scendono pochi gradini che portano al caveau – visitabile di solito solo il giovedì -, l’ambiente progettato a inizio Novecento da Luca Beltrami: due imponenti colonne, balaustre in ghisa e stilemi fitomorfi. Dov’erano custodite più di 5mila cassette di sicurezza della migliore borghesia milanese, oggi sono conservate a rotazione 500 fra le oltre 3.500 opere della collezione di Intesa Sanpaolo. E, così, fra i colori fiammeggianti di Boccioni e Fontana, di Richter e Picasso, emerge il raffinato silenzio delle foto di Berengo Gardin. Già lo spazio riservato del caveau riproduce in qualche modo l’atmosfera che Morandi viveva in via Fondazza: passava le giornate quasi in un eremo perché «Quello che importa è toccare il fondo, l’essenza delle cose». Disponeva vasi e bottiglie con cura certosina, spostandoli di pochi millimetri pur di comporre la perfezione che ricorda certi silenzi metafisici di Giorgio de Chirico. Morandi aveva deciso di ricoprire queste bottiglie con il bianco, dando loro quasi un’anima di ceramica e soprattutto una personalità. Così, Berengo Gardin, in quella luce immobile, non immortala oggetti di varie forme e altezze, ma coglie l’anima di persone che stanno nella luce radente di una finestra aperta. C’è una cura maniacale nel creare la scena, pochi millimetri e tutto cambia come si vede nella foto che ritrae il piano d’appoggio con le circonferenze delle bottiglie, una accanto all’altra, che l’artista tracciava per trovare il quadro perfetto. Pare un incrociarsi di orbite planetarie: è il tentativo di definire nel modo più esatto possibile lo spazio e il tempo, nel quale vivono anche le persone reali. Come la sorella Maria Teresa, identificata in piccole scatoline rosa.

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Morandi cercava il silenzio nel suo studio monacale, nulla doveva distrarlo dalla ricerca. Pochi oggetti per arrivare all’essenza, a una forma classica e per sempre. Come sosteneva Bruno Munari, «Morandi faceva dei quadri astratti usando delle bottiglie e dei vasi come pretesto formale. Il soggetto di un suo quadro non sono le bottiglie ma la pittura fermata in quegli spazi», e nelle foto di Berengo Gardin il silenzio si fa geometrico, solido assumendo linee e volumi della classicità. Gli oggetti sono sempre gli stessi, bottiglie, vasi, recipienti, fiori secchi, eppure, composti e ricomposti, creano mondi su mondi. Morandi viaggiava in una stanza: c’è ancora una sedia con i suoi volumi accatastati, il cavalletto che aspetta la prossima tela o qualche cartolina appesa al muro. Nello studio, anche il suo letto perché non ci fosse la distrazione di dover cambiare stanza.

La sensazione è di una purezza costruita e amata, che pervade i nostri occhi: è un ubi consistam in cui pensare solo all’arte, per vivere di cose finite. Per esprimere il mondo basta una stanza con i suoi oggetti, la luce che penetra da una finestra e accarezza le superfici, magari velate da quella polvere che è il fascino del tempo. Morandi, anima incline alla contemplazione, amava la polvere, che si fa memoria, vissuto, mentre le tre sorelle, solerti, cercavano di pulirla senza rendersi conto che quella patina è il tempo che va e che viene, il fluire delle ore. È la finitezza che si fa infinito, il visibile che diventa invisibile. Ci sono due semplici cordini che vivacizzano un muro e un interruttore in smalto bianco, tondeggiante, con un accenno di polvere in cui riconoscere gli atomi di vita di Lucrezio: «Osserva ogni volta che raggi trapelano / e infondono la luce del sole nell’oscurità delle stanze: / vedrai molti corpi minuscoli vorticare / in molteplici modi del vuoto nella luce stessa dei raggi, / e come in un’eterna contesa muovere contrasti e battaglie /scontarsi a torme, senza mai trovar pace / continuamente agitati da rapidi congiungimenti o effrazioni» (De rerum natura, II, vv. 114-120).

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Gianni Berengo Gardin. Lo studio di Giorgio Morandi, a cura di Vincenzo Trione, parte del progetto Metafisica/MetafisicheMilano, Gallerie d’Italia
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