Rispetto al personale, invece, Cavo Dragone riconosce che potrebbe trattarsi di un “collo di bottiglia” ma che l’Alleanza dispone degli “strumenti per cercare di evitarlo”.
La parte del 5% del pil dedicata al personale “sarà una forza motrice nel trasformare la vita militare in un modo che la renda più attraente”, anche se la strategia funziona meglio in certi Paesi che in altri. Sempre più Paesi Nato si stanno muovendo nella direzione giusta, tra coscrizione e forze di riservisti, “ma bisogna fare di più”, sottolinea.
Infine, per quanto riguarda la ricostituzione delle scorte impiegate in Ucraina, l’ammiraglio sottolinea il pregio di investire nell’industria ucraina, “che, onestamente, ha meno limiti dei nostri” in termini di certificazione. “Questo è un processo lungo che dobbiamo risolvere. Ma ancora, dobbiamo aiutare a costruire in Ucraina, fare joint venture con gli ucraini, perché ora sono anche fornitori di sicurezza. Sembra strano, ma è così. Penso che li sosterremo nel miglior modo possibile, per tutto il tempo che sarà necessario”.
Per quanto riguarda la diminuzione delle forze Usa di stanza in Europa, il presidente del comitato militare della Nato ritiene che si tratterà di una “transizione fluida” se fatta in “modo intelligente, come dovremmo fare e come stiamo pianificando di fare”.
Gli alleati riconoscono che gli Stati Uniti debbano “dirottare parte dell’attenzione, parte del potere, parte dell’energia altrove”, data la “situazione di confronto multi-teatro che ci aspettiamo nel prossimo futuro. Quindi stiamo procedendo in quella direzione, ma in coordinamento tra gli alleati”, in modo che possano “riempire il vuoto che gli Stati Uniti potrebbero lasciare. E questo sarà un processo coordinato che gestiremo insieme”.




