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Home Scienze

Qualità dell’aria, perché i limiti sul PM2.5 non bastano a proteggere il cuore

di Redazione Impresa mercati
18/08/2026
in Scienze
Qualità dell’aria, perché i limiti sul PM2.5 non bastano a proteggere il cuore
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Le particelle ultrafini, caratterizzate da un diametro inferiore a 100 nanometri, potrebbero svolgere un ruolo rilevante nello sviluppo delle malattie cardiovascolari anche all’interno dei Paesi in cui vengono rispettati i limiti di legge per le emissioni atmosferiche. Questa è la conclusione di un’indagine internazionale coordinata da Francesca Costabile dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma, realizzata in collaborazione con il Max Planck Institute for Chemistry, l’Università di Exeter, il Cyprus Institute e il German Center for Cardiovascular Research, con pubblicazione sulla rivista GeoHealth dell’American Geophysical Union. L’analisi ha preso in esame l’esposizione a lungo termine a questi inquinanti nel decennio compreso tra il 2010 e il 2019, incrociando un database globale delle concentrazioni con i dati del Global Burden of Diseases relativi alla mortalità cardiovascolare e agli anni vissuti con disabilità.

Dalla ricerca emerge una corrispondenza tra l’incremento dell’esposizione al particolato ultrafine e l’incidenza delle patologie cardiache, fornendo elementi a supporto di un’azione indipendente rispetto al più noto PM2.5. Francesca Costabile ha spiegato: “L’esposizione a tali particelle può contribuire allo sviluppo di malattie cardiovascolari indipendentemente dall’esposizione a concentrazioni di particolato fine PM2.5; in particolare, le particelle ultrasottili potrebbero avere un ruolo indipendente rispetto al particolato e un impatto più significativo sugli anni vissuti con disabilità, rispetto agli anni di vita persa“. 

Nel periodo osservato, le rilevazioni mostrano una contestuale flessione sia dei livelli di particelle ultrafini, favorita dai progressi tecnologici e dalle politiche di contenimento delle emissioni, sia dei tassi di mortalità cardiovascolare nei Paesi industrializzati. La scelta metodologica di focalizzare l’indagine sulle nazioni ad alto reddito è stata motivata dall’esigenza di isolare la relazione tra inquinanti e salute riducendo le variabili di disturbo.

Costabile ha inoltre chiarito: “La scelta metodologica per studiare il possibile rapporto tra esposizione e malattie riducendo i fattori di confondimento, in pratica l’influenza delle differenze tra i sistemi sanitari, le condizioni socioeconomiche o la qualità dei dati; mentre gli effetti sanitari del PM2.5 sono ben documentati, infatti, le conoscenze sugli effetti delle particelle ultrafini sono limitate anche dalla scarsità di dati omogenei e di lungo periodo“. Le risultanze del lavoro si collegano alle recenti direttive dell’Unione Europea sulla qualità dell’aria ambiente, come la Direttiva quadro EC/2024/2881, evidenziando la necessità di integrare il monitoraggio specifico di questi agenti nelle strategie di prevenzione sanitaria.


Le proprietà fisiche delle particelle ultrafini ne consentono infatti la penetrazione profonda nell’organismo fino al sistema circolatorio. “Le particelle ultrafini sono potenzialmente in grado di penetrare nel nostro corpo e raggiungere il sistema circolatorio e altri organi”, conclude Francesca Costabile. “I risultati suggeriscono la necessità di approfondire il loro reale impatto sullo sviluppo di malattie cardiovascolari e di rafforzarne il monitoraggio, anche dove gli attuali limiti di legge sul PM2.5 sono rispettati.“

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