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Home Cultura

Cercare parole in Friuli, terra felice di genti

di Redazione Impresa mercati
20/07/2026
in Cultura
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Da bambina, amavo molto la definizione arc di San Marc, con cui la lingua friulana disegna l’arcobaleno. Mi sembrava più sognante e colorata che in italiano e, soprattutto, mi sentivo ricca perché avevo un modo in più per dire quell’arco che abbracciava il Tagliamento, il grande fiume della mia infanzia. Sono le mescolanze di storie e i privilegi di chi vive il confine, che è condivisione del finis, mai frontiera, cioè il mettersi l’uno di fronte all’altro. Molti anni dopo quella infatuazione linguistica, papà, ricordandomi anche la marcule (la capriola), mi spiegò che la chiesa di Aquileia, quella da cui il cristianesimo si è diffuso in Friuli, era riconducibile a una ramificazione giudeo-cristiana di derivazione petrino-marciana. San Marco – come ci hanno svelato le ricerche di don Gilberto Pressacco, studioso raffinato scomparso troppo presto – arriva da Alessandria d’Egitto e fa parte della confraternita dei Terapeuti, che contestano la città, preferendo la vita in campagna: quella rusticitas scollina dalla fede alle parole e, ad esempio, al ritmo orgiastico di Scjaraçule maraçule, la nostra danza fatta di “canna e finocchio” che ricorda i benandanti e che tanto era piaciuta ad Angelo Branduardi.

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San Marco, dunque. L’Aquileia del I secolo d.C. è una città multietnica e una delle più ricche dell’impero, abbraccia il nuovo credo con il quale, come racconta il docufilm Incanto di Marco D’Agostini, Dio è disposto a salvare anche i diversi, i distanti, quelli lontani. E quel messaggio di salvezza per i popoli di tutte le nazioni prende forma nel tappeto musivo della Basilica di Aquileia e poi cammina sulle gambe di uomini e donne in un reticolo di predicazioni e nuovi edifici di culto che è più di una mappa emozionale, è la mappa del sentirmi figlia di mille genti, mille lingue, mille storie. Del sentirmi ricca e fortunata.

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La Iulia Augusta punta da Aquileia verso nord, è la via dell’ambra, del sale, del ferro e lambisce Iulium Carnicum, l’odierna Zuglio, la fondazione romana più a nord. Quando si entra in paese, con davanti la valle della Bût e l’immenso monte Coglians, i resti del foro parlano della gloria che fu. E ancora di più il Museo archeologico. La vicesindaco Anna Pia Zamolo mi apre le porte perché nei piccoli centri tutti fanno tutto, è il senso di comunità: «Stiamo ultimando la ristrutturazione con nuove sale per sottolineare come questa colonia era un vivace melting pot, svelato anche solo dalla lastra bronzea che ricorda Bebius Attico: era stato prefetto in Mesia e Treballia, cioè nei Balcani, poi nelle Alpi Marittime, nel Norico e, infine, qui, a Zuglio». E ritrovo quella mescolanza alzando gli occhi dal paese verso le montagne. Appesa al cielo, in un verde abbacinante, c’è la Pieve matrice di San Pietro in Carnia, con il suo campanile “a cipolla”, dal profilo così slavo. La posizione è scenografica e monsignor Giordano Cracina è uomo di fede e cultura profonde: «Quassù – mi ricorda – prima c’era un luogo di culto degli Avari, poi una cattedrale dell’VIII secolo e, infine, la chiesa attuale, voluta dal Patriarca di Aquileia nel 1312. Quanti fedeli da ogni dove si sono fermati qui per implorare grazia…». E questa sovrapposizione di genti, edifici respira anche nelle parole: tasca può essere gofe, scarsele e sachete, andare è lâ e zî (il latino ambulare e ire).

Da Zuglio il Verbo marciano ha risalito le montagne e ha gemmato undici pievi, unite dal Cammino delle Pievi per chi ha voglia di sentieri e grande bellezza e dalla cerimonia del Bacio delle croci, dove fede e identità si mescolano ogni anno il giorno dell’Ascensione. Si cammina per vallate e alte cime e, a Sauris/Zahre, davanti a sua maestà, il Bivera, il monte dei castori, si ascolta un altro idioma ancora: friulano e italiano lasciano spazio a una lingua di matrice germanica, fossile linguistico del XII secolo. Poi, ancora Pievi, da quella di Forni di Sotto a quella di Santa Maria oltre Bût, e infine alla Pieve di Illegio. San Floriano la protegge e domina il torrente Bût, che confluisce nel Tagliamento. Acque di cristallo che mi riportano verso la pianura fino alla Tabine, località in comune di Pinzano. Questa stretta, ricordata da Venanzio Fortunato (VI secolo d.C.) nel suo De reditu come guado perfetto del fiume, è un buon posto per chiudere il mio andare tra lingue, spiritualità e tradizioni meticce. Entro all’osteria della Tabine, è un luminoso sabato di luglio e c’è l’allegra confusione della gioventù. Quel cantastorie meraviglioso di Angelo Floramo è qui con i suoi studenti, li ha portati alla maturità e ad arrampicarsi verso nuovi sogni. Nelle carte d’archivio alla Biblioteca Guarneriana di San Daniele (andate e vedrete!) hanno trovato tracce di Malvasia e Terrano, e l’oste della Tabine, compiacente, mostra loro un vero seminario del gusto, innaffiato da un calice dello Scjaglìn di Emilio Bulfon (quanto ci manchi, caro Milio), il vino schiavolino che già nel nome segna la contiguità con il mondo slavo. I ragazzi sono felici e Angelo li esorta: «Siate sempre pendolari fra i vostri stupori, mai inquilini di una gabbia che non vi meritate».

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In questa terra di confine, non ci sono confini perché le parole del friulano ci fanno sentire figli del mondo, siamo celti, sanniti, latini, traci, medi, longobardi, carolingi, slavi e tedeschi insieme. E le nostre parole sono dolci come mirtilli, le glasimi’ (altra matrice celtica) cantate da Novella Cantarutti, la più alta poetessa friulana del Novecento: «Ch’a fossin / li’ peravali’ scriti’ / come glàsimi’ tun gei, / da gjoldi, / poàdi una a la volta, / sun làvris di canai / ch’al scrèa la bocja al savour, / la mins al pinseir / e il cour al sió flurî» (Fossero / le parole scritte / come mirtilli in un canestro, / da assaporare, posate una alla volta / sulle labbra di un bambino / che prova la bocca al sapore, / la mente al pensiero / e il cuore al suo fiorire).

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La storia si impara mettendosi in cammino

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