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Salman Rushdie a Pordenonelegge: ‘Il dubbio conduce alla verità, la mia vita è un tempo extra’

di Redazione Impresa mercati
16/09/2026
in Cultura
Salman Rushdie a Pordenonelegge: ‘Il dubbio conduce alla verità, la mia vita è un tempo extra’
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“Il dubbio e l’incertezza sono una strada che conduce alla verità”, e i libri devono fare i conti con un mondo in cui le certezze granitiche diventano pericolose. Lo ha affermato Salman Rushdie a Pordenone, dove è intervenuto alla 27/a edizione del festival Pordenonelegge – Festa del libro e della libertà, nel corso del quale è stato insignito della nuova onorificenza “Ambassador of Freedom” della Fondazione Pordenonelegge.it. Nel corso di una conferenza stampa, lo scrittore indiano naturalizzato britannico, con cittadinanza statunitense dal 2016, ha spaziato dai temi della sua ultima raccolta di racconti, “L’undicesima ora”, e del volume di saggi, “Linguaggi della verità”, entrambi pubblicati da Mondadori, fino alle grandi questioni geopolitiche internazionali, alla libertà d’espressione e al ricordo del drammatico attentato subito quattro anni fa.

Presentando “L’undicesima ora”, il 79enne autore ha spiegato le coordinate profonde dei suoi racconti: “Questa raccolta è infestata, per così dire, dall’incertezza, ma perché l’incertezza è un dato di fatto nella nostra vita. Anzi, io tendo a preoccuparmi, a rimanere piuttosto perplesso di fronte alle persone che hanno queste certezze granitiche quando esprimono le loro opinioni, quando parlano della realtà. Il dubbio e l’incertezza sono una strada che conduce alla verità. E poi devo dire che questi racconti hanno anche una vena comica, perché secondo me l’incertezza tende a caldeggiare il comico, la commedia”.

Un’ispirazione, quella di Rushdie, che affonda le radici anche nella grande tradizione letteraria italiana: “I racconti dell’Undicesima ora provengono da diverse fonti, e una di queste proviene anche dall’Italia: uno dei miei mentori più importanti è stato Italo Calvino, che mi ha veramente incoraggiato agli esordi della mia carriera, e quindi noterete una sorta di ‘calvinismo’ nei miei racconti. E ho avuto un rapporto di amicizia molto stretto anche con Umberto Eco; io, lui e Mario Vargas Llosa formavamo una sorta di gang e andavamo sempre in giro a fare conferenze. Adesso purtroppo sono l’unico rimasto della gang, ma mi manca Umberto”.

Inevitabile il richiamo all’accoltellamento subito da Salman Rushdie il 12 agosto 2022 durante un evento pubblico nello Stato di New York, ad opera del 28enne Hadi Matar, cittadino statunitense di origine libanese, poi condannato a 25 anni di carcere per tentato omicidio. Lo scrittore ha raccontato come ha vissuto gli ultimi anni e il modo in cui ha rielaborato quell’esperienza traumatica, che gli ha procurato gravi lesioni, con la perdita dell’occhio destro e l’uso della mano sinistra, a partire dal memoir “Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio” (Mondadori, 2024). “Diciamo che ho reagito come mi sarei aspettato di reagire e quindi inizialmente ho provato ovviamente un forte dolore. Ho anche pensato che sarei morto. Quel pensiero ha attraversato la mia mente e poi a questo è succeduto un altro tipo di sensazione – ha spiegato Rushdie – Mi sono sentito fortunato di essere sopravvissuto e ancora oggi mi considero molto fortunato. Che cosa mi ha dato questa vicenda? Mi ha fatto capire l’importanza di ogni giorno, di ogni tempo extra che ci viene concesso su questa terra, e il mio motto adesso è diventato: ‘Non perdere tempo, bensì usalo per le cose veramente importanti'”.

Interpellato sulla percezione del pericolo dopo quell’episodio, Rushdie ha ribadito di considerarlo un fatto isolato rispetto a decenni di normalità: “‘I versi satanici’, l’opera del 1988 che l’anno dopo mi costò la fatwa di condanna a morte da parte dello ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini, sono stati scritti da me moltissimo tempo fa e sono stati il mio quarto romanzo e il mio quinto libro pubblicato. Nel frattempo, i libri scritti da me sono arrivati addirittura a 23, e la maggior parte della mia attività di scrittore si è svolta dopo quell’evento. Quindi diciamo che negli ultimi 25 anni ho percepito che questo era un argomento chiuso, che il problema era finito. Per 25 anni ho condotto la vita ordinaria dello scrittore, scrivendo libri, presentandoli, partecipando a eventi e conferenze. Poi si è verificato quello che io ritengo sia stato un attentato isolato. Certo, si è rivelato quasi fatale, ma io lo tratto come tale, come una cosa isolata”.

Lo scrittore ha poi allargato lo sguardo ai conflitti e alle derive ideologiche del presente: “Per quanto riguarda il rapporto tra l’Occidente e le frange più radicali dell’Islam, devo dire che non so bene che cosa rispondere. Sicuramente l’Islam radicale esiste, c’è, e le ostilità attuali ci sono, ma questo non significa che il regime iraniano o quello afghano sia una cosa positiva. È un regime terribile, che continua quotidianamente a perseguitare la propria gente. Detto ciò, non trovo che sia nemmeno giusto che gli Stati Uniti abbiano promosso questa guerra, perché sicuramente non ha portato né porterà un miglioramento della situazione della popolazione iraniana; al contrario, il regime ne uscirà sicuramente più forte, quindi la guerra si è rivelata controproducente. E poi questo probabilmente è un segnale d’allarme per cui noi dovremmo renderci conto che molte religioni si stanno trasformando in fascismo, e non solo l’Islam”.

Rispondendo alle domande dei giornalisti sul clima politico e sulla situazione negli Stati Uniti, l’autore ha espresso giudizi molto netti nei confronti del presidente Donald Trump: “Diciamo che lo considero una minaccia, punto e basta, non solo per la libertà di espressione. Però mancano meno di 50 giorni alle elezioni di midterm per cui magari le cose un po’ cambieranno”. E ha poi aggiunto: “Non sono le guerre il problema per quanto riguarda la libertà di pensiero e di parola. Il problema sono i comportamenti dei governi che promuovono queste guerre. Ad esempio, il mio governo, cioè il governo del Paese in cui risiedo, gli Stati Uniti, è un governo problematico, perché in questo Paese i membri della stampa sono costantemente sotto attacco, quotidianamente sotto assedio. E lo sono persino i cabarettisti e i comici che lavorano in televisione”. “Uno dei problemi è che il presidente a capo di questa nazione, Donald Trump, non ha alcun senso dell’umorismo ed è anche molto permaloso – ha continuato Rushdie – Riscontriamo quindi molta pressione sulla libertà di espressione, sicuramente. Ma gli scrittori sono persone piuttosto ostinate e vedrete che noi diremo quello che vogliamo dire”.

Incalzato anche sulle dichiarazioni di Trump in merito all’intelligenza artificiale e ai pericoli a essa associati, Rushdie ha replicato con ironia: “Ma io diciamo che sono felicemente ignorante per quanto riguarda l’AI, ne so veramente poco e vorrei tenere le cose così come stanno. Le persone dicono e parlano costantemente del pericolo legato alle AI; io non sono abbastanza preparato in questo campo per poter analizzare e dare una risposta in questo senso. Però in generale direi che ci si può attenere a questa regola: tutto quello che dice Trump è il contrario della verità”.

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