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Home Cultura

Naza: il documentario che svela il sistema dietro le uccisioni di civili a Gaza

di Redazione Impresa mercati
12/09/2026
in Cultura
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Naza è il nome in codice che i servizi segreti israeliani usano per indicare i danni collaterali, ovvero le vittime civili a Gaza dei bombardamenti dell’esercito israeliano per annientare Hamas. È anche il titolo del film degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei registi del collettivo che ha vinto l’Oscar per No other land nel 2025. Naza, in concorso all’83esima Mostra del cinema di Venezia, prodotto da «The Guardian» e JW Films (Jim Wilson), in 80 minuti, realizzati con uno stile documentaristico molto classico, rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza, programmata da Israele dopo la tragedia dell’7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso oltre 1200 israeliani, tra civili e militari. Rachel Szor, direttrice della fotografia, è dietro la macchina da presa, Yuval Abraham, giornalista, intervista i testimoni.

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Alla fine della prima proiezione stampa si è levato un applauso, che si è spento presto, sovrastato dallo sgomento degli spettatori sotto il peso della nuova consapevolezza che questo sistema di vigilanza e controllo fosse anteriore alla strage di Hamas. «Grazie alle riprese fatte dagli stessi palestinesi, sappiamo come vengono bombardate le case dei civili, abbiamo visto stragi di bambini, quindi nulla è nuovo – puntualizza Szor -. Ciò che ci ha spiazzato è capire che questi sistemi di controllo erano già preesistenti molto prima del 7 ottobre e che quindi c’era un sistema di sorveglianza a tappeto dei palestinesi in atto da diversi anni. E scioccante è stato anche sapere che l’Idf, l’esercito israeliano, per stanare i membri di Hamas nelle case, contempla il Naza, ovvero l’uccisione di civili, anche i bambini, entrando nelle case, dopo aver spiato i telefoni dei congiunti. C’è in corso una sorta di disumanizzazione». Il sistema prevede il controllo dei telefoni attraverso il ricorso a un algoritmo e all’Ia.

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Le fonti

Le persone intervistate sui tetti di Gaza, dove è difficile intercettare le conversazioni, sono 24: agenti del Mossad o componenti dell’esercito, di cui si intravede solo il profilo nero e la cui immagine e voce è stata modificata per non rivelarne l’identità. «Nel giornalismo investigativo si ha il beneficio del tempo, mesi o anni per creare i contatti o per conquistare la fiducia delle proprie fonti – spiega Abraham -. Anche nei grandi media israeliani ci sono degli ottimi giornalisti, ma la maggior parte ha tradito la professione. Alcuni non hanno interesse a fare le domande, altri, ed è ancora peggio, alimentano con la propria attività il desiderio di massacro. Nel film chi parla è spinto da motivazioni diverse: alcuni si sentono in colpa, altri raccontano con una sorta di indifferenza e non hanno alcun rimorso. Altri sono addirittura orgogliosi dei risultati ottenuti. L’obiettivo del film era descrivere questo sistema di morte e di genocidio. Le motivazioni di chi parla erano un elemento secondario».

Glazer e la potenza del cinema

In sala stampa era presente anche il produttore esecutivo del film Jonathan Glazer, già premio Oscar per La zona di interesse. Molte delle rivelazioni contenute nel film sono già state pubblicate quasi subito dal «The Guardian», di cui Abraham è una firma, in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. Lo spiega Rachel Szor: «Yuval sta lavorando su questo tema dal 7 ottobre. Dopo tanti anni e il lavoro su No other land, abbiamo capito che il cinema ha un potere informativo. Il cinema ha poi la possibilità di trasmettere il silenzio e come vengono programmati questi attacchi».

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Le prossime elezioni in Israele

Distribuito in Italia da iWonder, la data di uscita nei nostri cinema è prevista nei giorni del 28, 29, 30 settembre. «Per noi è molto importante la distribuzione in Italia, perché, come ben sappiamo, l’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa che non ha aderito alle sanzioni contro l’Israele. Non conosco la politica italiana, non voglio parlare di destra, di sinistra, quello che dico all’Italia, che qui si tratta di una questione di decenza umana».

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