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Home Cultura

Se il Leone si nasconde sull’Isola di Pasqua

di Redazione Impresa mercati
08/09/2026
in Cultura
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Difficile dire quale sia il ruolo di un festival cinematografico dopo che Hollywood (tranne che per il “francese” Clooney) ha deciso di saltare la costosa macchina del tappeto rosso, a Venezia come a Cannes, per sottrarsi alle critiche e al notevole dispendio per un mercato minoritario. Sarà magari solo per quest’anno, ma il rischio è che si vada dritti in sala, come ha fatto Nolan. Anche la Mostra del cinema di Venezia dovrà ripensare alla sua formula: le tante facce giovani in sala fanno sperare nella tensione verso la sperimentazione, accanto a fenomeni glamour come Don’t look back in anger, che porta al Lido la band più amata dopo i Beatles, con un documentario che, tagliato di mezz’ora, alla fine può essere una godibile riflessione sul perdono e la funzione salvifica della musica anche per chi non è fan.

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Il film perfetto

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Comunque la Mostra, almeno nella prima parte, è tutt’altro che sbiadita, come si profetizzava. Al secondo giorno è arrivato il film perfetto, Wild Horse Nine di Martin McDonagh, raro equilibrio di sceneggiatura tirata e senza sbavature, mescolanza di generi (poliziesco, azione, memoir, commedia con punte di sentimentalismo calibrato), scenografia e costumi dei polverosi anni Settanta, ma soprattutto con una recitazione strepitosa. Su tutti Chris-John Malkovich, agente della Cia, responsabile di molte “azioni” degli Usa sullo scenario internazionale, dalla Baia dei Porci all’omicidio Kennedy, e ora alla vigilia del golpe in Cile. La sua malattia terminale lo porta a un sentimentalismo inconsueto verso i giovani e a uno sconsiderato amore per la verità con molti colpi di scena sull’Isola di Pasqua. Con una fotografia simile a Gli Spiriti dell’Isola, è sicuramente una pellicola più compiuta e rotonda di Tre manifesti a Ebbing, Missouri ed è molto probabile che vedremo il “cavallo selvaggio” nel palmares veneziano e agli Oscar.

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Il film inaugurale

Anche il film inaugurale, sporco come l’inchiostro del titolo, Ink, di Danny Boyle, ha dato una bella scossa al pubblico, tra rotative e cani sciolti del giornalismo. Racconta l’acquisizione nel 1969 da parte del magnate australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce) dello spacciato quotidiano «The Sun». Murdoch utilizza la rabbia di un underdog di razza, il giornalista Larry Lamb (Jack O’Connell) per superare le vendite del «Daily Mirror». La scalata, inizialmente impossibile, diventa sempre più concreta grazie al voyeurismo, al cannibalismo del dolore e al nudo femminile sbattuto in pagina. Se l’intento di Boyle era mostrare l’abbattimento del classismo inglese e lo svecchiamento del mondo dell’informazione, l’amara constatazione è che si evidenzia solo l’origine della disaffezione tra lettori e giornali, cui Boyle aggiunge una poco credibile estraneità di Murdoch alla linea del sensazionalismo spinto. Ma la camera ballerina alla Trainspotting (1996), soggetta a rovesciamenti di prospettiva, con andamenti bruschi, continua a esercitare il suo fascino.

Il declino del giornalismo

Il declino del mondo dell’informazione è un tema centrale anche in Primetime, con un notevole Robert Pattinson che interpreta Chris Hansen, il conduttore di To catch a predator, una trasmissione che negli Usa smascherava in diretta, con la polizia al fianco, i pedofili che intercettava online attraverso un’esca. Rimane labile la sottile linea rossa tra un’inchiesta e la morbosità dello spettatore, ciò che è molto interessante è che si tratti del film di un trentenne, Lance Oppenheim, che non si è mai informato attraverso la televisione ma solo sui social. Nonostante questo, è riuscito a ricostruire in maniera filologica una pagina da reality d’antan per gli Usa, probabile approdo futuro di una trasmissione nostrana.

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Il maestro Herzog

Tratta da una storia vera è anche Bucking Fastard di Werner Herzog, che ispirandosi alle gemelle omozigoti Chaplin, lo ha portato a costruire la storia delle due sorelle simbiotiche Holbrooke, Jean e Joan, che parlano in sincrono. Le eccezionali Kate e Rooney Mara meriterebbero una coppa Volpi duale. Scoppiettante l’inizio processuale che le vede imputate per vandalismo nei confronti di Orlando Bloom, amante pro tempore, la pellicola va un poco perdendosi nel proseguo in città e nella campagna irlandese, in cui le sorelle trovano rifugio. Qui inizia un’ escalation un po’ troppo insistita verso il surreale, che comunque porta sempre la firma da maestro di Herzog, quindi notevole.

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