In questi tempi confusi e assordanti, benedetto più che mai è il silenzio. Che respira profondo nelle pagine di A cavallo con i poeti, che Igort (Igor Tuveri) dedica al Giappone, a partire dall’haiku di Matsuo Bashō «Silenzio / penetra nella roccia / il canto delle cicale». Lo scrittore e disegnatore, arrivato giovanissimo in Oriente attratto dai manga e dalla casa editrice Kōdansha, omaggia la sua seconda patria con un viaggio che è parola, disegno e contemplazione sulle tracce del cammino che Bashō compì nel 1689, nel nord del Paese, e poi, verso sud, inseguendo un altro maestro, il «vecchio pazzo per la pittura» Hokusai, per contemplare le mille e una faccia del sacro monte Fuji e, nel suo apparire e scomparire, e trovare meraviglia e pace.
Igort si mette in viaggio in una natura che è presenza viva e autonoma e accoglie anche la pratica zen. È un itinerario nell’assenza in compagnia di un amico fotografo: «se vuoi comprendere qualcosa che non conosci, occorre fare il vuoto, lasciarsi essere, consentirsi di vivere le esperienze». L’assenza diventa essenza, così i tempi dilatati lasciano spazio per reimparare a camminare, respirare, vedere, pensare. Insomma, a esistere. Il Nord è maestoso, tra foreste e montagne imponenti attraversate dai pellegrini, ci sono piccole città fantasma, le solitudini della provincia, i boschi di bambù, la collina delle gru, le tre montagne sacre, e poi locande, ryokan, le terme Abe. Insomma, il Giappone remoto, così agli antipodi con la modernità, in cui perdersi per ritrovarsi. Le pagine fluttuano tra pensieri alti e i disegni che hanno il riverbero degli acquerelli: «mi intrigava l’arbitrarietà dell’acqua che si depositava come meglio le piaceva sulle carte di diverso spessore e tipo. Il disegno ad acquerello era una danza, fatta di inviti, spunti e una specie di libertà un po’ anarchica che depositava il colore secondo differenti livelli di assorbenza».
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Così, dopo 1.500 chilometri verso l’Hokkaido, Igort punta a sud, inseguendo il Fuji e Hokusai, posseduto da quella febbre che alimenta, attraverso inchiostri e pennelli, il fuoco dello scoprire e il senso profondo dell’essere. L’artista della Grande Onda era un eccentrico, disegnava spesso per strada, con acrobazie da funambolo (una scopa al posto del pennello e un foglio di dimensioni giganti), per stupire e interessare clienti ed editori. Era un viandante che trovò nel Fuji la sua felice ossessione, fino a ritrarlo più di cento volte. Ogni angolatura diversa è vita e meraviglia dato che «la bellezza è asimmetrica perché la natura lo è. E la natura è bella perché imperfetta, fragile come la vita, che è impermanente, incompleta». E cerca briciole per anelare al tutto.
Igort, A cavallo con i poeti, Einaudi, pagg. 152, € 19,50







