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Home Cultura

I Gorillaz e l’odore dell’India

di Redazione Impresa mercati
26/02/2026
in Cultura
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È il 28 novembre 2022. In un liceo di Belgrado i Gorillaz stanno registrando il video di “Silent Running”, singolo dell’album “Cracker Island”. Quello stesso giorno Damon Albarn scrive “Russian Strings”, brano che finirà in “The Ballad of Darren”, il nono disco dei Blur. È appena lunedì. Ma la giornata non è ancora finita: ci si mette Jamie Hewlett, cofondatore dei Gorillaz, che era stato a Jaipur, in India, e ne era rimasto così colpito da volerci tornare, con lui. Quando Albarn e Hewlett si mettono in viaggio sanno che stanno affrontando un’esperienza destinata a segnarli. Hanno perso i rispettivi padri in dieci giorni. Il cantante getta le ceneri del suo nel Gange ricordandosi di quando da piccolo in casa risuonava la musica di Ravi Shankar, amato dai suoi. In India, Albarn si ritrova nel negozio frequentato e amato da George Harrison, in un intreccio inevitabile con quei Beatles approfonditi soltanto grazie alla conoscenza di Graham Coxon.

Un viaggio verso la vetta lungo trent’anni

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Damon Albarn non può cedere alla via più semplice e farsi influenzare da Shankar o Harrison. Il brano omonimo e d’apertura di “The Mountain” nasce quando il cantante sta visitando il Forte Amber. A un certo punto s’imbatte in un artista di strada che suona su uno strumento monocorde. Lo filma e nei giorni successivi Albarn suona sulla melodia registrata, infondendo all’idea la sua visione malinconica, aggiungendo poi la voce di Dennis Hopper e lo stile di musicisti indiani. Ovviamente, anche il nono album dei Gorillaz si distingue per un fitto elenco di collaborazioni. Tra i più presenti ci sono Johnny Marr e Anoushka Shankar, a conferma della “diversità sintonica” che ha caratterizzato dagli inizi il sodalizio tra Albarn e Hewlett. Si sono conosciuti nel 1990 grazie a Coxon, ma hanno pensato di fondare i Gorillaz guardando MTV nell’appartamento che condividevano a Westbourne Grove a fine decennio. All’epoca i due erano in una fase di profonda crisi artistica e personale, trent’anni dopo si ritrovano a proiettare sull’immagine della montagna profonde riflessioni sul senso della vita, il rapporto con la morte, gli sforzi che facciamo nel nostro viaggio verso la vetta.

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Un album meditativo, profondo e ricco di ombre

Scrollata di dosso l’atmosfera danzereccia digitale di “The Moon Cave” e “The Happy Dictator”, l’album si prende il tempo di un commiato a Tony Allen in “The Hardest Thing” per cedere all’agrodolce fischiettare di “Orange County”. L’allucinata “The God of Lying” ci trascina nel flusso di notizie sconfortanti che scrolliamo ormai quotidianamente, mentre “The Empty Dream Machine” s’immerge nella nostalgia preparando il terreno per il crocevia culturale “The Manifesto”. “The Plastic Guru”, cantata un po’ alla Julian Casablancas, ci riporta ai Gorillaz di qualche anno fa, “Delirium” al salmodiare di Mark E. Smith, una delle presenze assenti del disco, pieno di registrazioni strappate a sessioni in studio e conversazioni con grandi artisti che hanno collaborato in passato con Albarn. “Damascus” setta la rotta verso la dabka elettrificata di Omar Souleyman e “The Shadowy Light” ci traghetta a “Casablanca”, intrisa del grigiore di The Good, the Bad and the Queen. La cantilena sommessa di “The Sweet Prince” sfocia nella conclusiva “The Sad God”, costruita su cerchi concentrici che si allungano fino a raggiungere il sufismo, tra le suggestioni incanalate da Albarn nei suoi testi.

 

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